2
Mar
2015

Stress e risultati: i consigli di Mauro Berruto

Chiunque abbia raggiunto grandi risultati, in qualunque ambito, ha imparato che sono molti gli elementi che concorrono: motivazione, autodisciplina, capacità di gestire gli eventi e di pianificare.
Da soli, però, è difficile fare molta strada: è importante fare parte di un team, con il quale condividere il proprio progetto.

aforisma-goetheUn esempio illuminante è rappresentato dagli sport di squadra, nei quali la scelta degli elementi da inserire nel team e la creazione dei giusti strumenti motivazionali ha importanza al pari del momento dell’allenamento vero e proprio.

Tuttavia, un’attività così complessa non può che essere ricca di fattori stressanti; per individuare quali questi siano e in che misura possano trasformarsi da vincolo in opportunità di crescita e miglioramento, abbiamo chiesto un’opinione qualificata a Mauro Berruto, allenatore della nazionale italiana maschile di volley dal dicembre 2010.

Ci racconta brevemente la sua storia?


La mia storia è tutt’altro che convenzionale; solitamente, per diventare allenatori si segue un percorso ben definito: molto spesso un ex atleta inizia ad allenare dopo aver terminato la propria carriera oppure si compie un percorso di studi ad indirizzo sportivo, un corso di laurea in scienze motorie o quello che una volta era conosciuto come l’ISEF.

La mia carriera da pallavolista è iniziata a Torino ma ho smesso di giocare giovanissimo, probabilmente per insufficienza di talento e, tutto sommato, credo che sia stato meglio così; infatti, ho avuto la fortuna di incontrare, quando ero molto giovane, delle persone che mi hanno indirizzato verso la carriera di allenatore piuttosto che quella di giocatore: le mie prime esperienze come assistente allenatore risalgono a quando avevo 19 anni.

In questo modo ho avuto il tempo di percorrere tutti i gradini, sia nei campionati che nelle nazionali. Mi piace pensare che l’intero itinerario sia stato funzionale all’esperienza che sto vivendo da allenatore della nazionale.

Accanto a questo, c’è stato il mio percorso di studi: ho una laurea in Filosofia, derivata dalla passione liceale per la letteratura e la filosofia. Non è stato facile conciliare lo studio con l’attività professionale, mi sono iscritto all’università mentre già lavoravo come assistente allenatore; ad esempio, ho scritto la tesi mentre ero assistente di Gian Paolo Montali in Grecia. 

Qual è stata l’esperienza più stressante della sua vita?


Vorrei premettere che non ho solo una concezione negativa della parola “stress”, anzi; a mio parere, se ben gestito (e parliamo in questo caso di eu-stress) è uno strumento prezioso, che permette di orientare le azioni verso il raggiungimento di un obiettivo.
Il mio lavoro, infatti, consiste proprio nell’orientare e canalizzare la pressione psicologica verso la costruzione di un progetto e soprattutto verso l’ottenimento di un risultato.

Credo, inoltre, che saper gestire le situazioni stressanti sia normale per chi fa un lavoro molto ambito come il mio: è chiaro che la nazionale sia molto seguita e desiderata e che, quindi, ci siano grandissime pressioni quotidiane da gestire.
Detto questo, l’esperienza più “totalizzante” della mia vita è rappresentata dal percorso preolimpico di qualificazione e successivamente dai giochi olimpici di Londra del 2012: è stato un cammino durante il quale mi sono sentito profondamente sotto pressione, ma al tempo stesso ho vissuto un’avventura meravigliosa culminata nell’ottenimento della medaglia di bronzo.

Se parliamo di stress negativo o di-stress, invece, penso senz’altro all’esperienza dell’ultimo mondiale con tutto ciò che è successo durante la manifestazione e quello che ne è conseguito nel tempo con le critiche al nostro operato, vanificando quanto di buono fatto nel corso degli anni. Come si suol dire, “Un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce”.

Che cosa la stressa e cosa fa quando è stressato, per staccare la spina?


In generale mi stressano i giudizi superficiali, soprattutto quelli di persone che si reputano competenti ma in realtà non lo sono. Dal punto di vista professionale sono in una posizione in cui questo fattore è ineliminabile, in quanto si viene valutati sulla base dei risultati prodotti. E’ una situazione che mi trovo a vivere anche io da tifoso di altri sport, e quindi la capisco; quello che succede, però, è che spesso si emettono giudizi senza conoscere la realtà delle cose: la quotidianità dello spogliatoio, le dinamiche della squadra, le indicazioni che emergono dagli allenamenti.

In aggiunta, otre alle critiche che possono arrivare dai mass media, oggi c’è una componente social che ha moltiplicato la possibilità di esprimere la propria opinione; in un momento in cui i risultati non siano all’altezza delle aspettative, è normale che questo possa essere una fonte di stress.

Quando ho tempo, per staccare la spina mi piace leggere o scrivere. Non è fondamentale l’argomento, sono le due azioni in sé che mi fanno stare bene. Da questa passione sono nati 2 libri, Andiamo a Vera Cruz con quattro acca. Storie di sport e scacchi matti e Independiente Sporting.

Come si possono ottenere risultati da un team senza stress?


Non lo chieda a me perché non lo so, ho dei dubbi che si possa fare! Gestire un team senza (di)stress credo sia un’impresa oltre l’umano, soprattutto in un ambiente come il volley in cui la misurabilità del risultato è evidente in quanto non è prevista la possibilità di pareggio. L’unica cosa che mi viene in mente è di non relegare la parola stress a un concetto esclusivamente negativo.

Quando c’è un obiettivo importante da raggiungere bisogna anche accettare una componente che è legata allo stress e anzi provare a farci amicizia.

Cosa può consigliarci allora?


La necessità di mettere insieme delle persone e orientarle verso un risultato non è applicabile solo al mondo dello sport ma anche e soprattutto a quello aziendale.

Per costruire un progetto che sia solido ed efficace è importante costruire un percorso chiaro su cui incamminarsi:

  • selezione del team
  • pianificazione
  • motivazione
  • analisi dei risultati

 Nel dettaglio:

1) Selezione del team sia per competenze che per atteggiamento

Credo che la profonda trasformazione dell’accesso alle conoscenze degli ultimi 10/15 anni abbia cambiato un po’ i criteri con i quali si costruiscono i team; ad esempio, se una volta era necessario trascorrere una giornata intera in biblioteca per effettuare una ricerca bibliografica, oggi basta cercare su Google per ottenere quelle informazioni in due minuti: è un modo diverso di interpretare l’accesso alla conoscenza.

Nel vecchio modello si assumevano le persone per competenze perché queste ultime erano difficilmente accessibili e si pensava di poter insegnare loro in un secondo momento l’atteggiamento giusto per stare nel team.
Personalmente ritengo che questo modello si sia capovolto; oggi è più giusto assumere per atteggiamento e poi, vista la “facilità” di accesso alle competenze, iniziare un processo di istruzione. Naturalmente lo sport si differenzia perché alcune skill non si possono insegnare, in quanto hanno un parametro legato all’aspetto fisico e al talento. Nel mio lavoro ho l’opportunità di scegliere tra giocatori che hanno alcuni requisiti fisici e tecnici di base, senza i quali non sarebbero mai arrivati a giocare in A1.

Sono pertanto convinto che, anziché basare la valutazione dei giocatori unicamente sui requisiti, sia utile comporre la squadra valutando anche altri parametri: la disponibilità incondizionata, la dedizione e soprattutto l’atteggiamento; infatti, solo dopo aver creato un team con il giusto atteggiamento si possono insegnare delle competenze legate alla tattica e al modo di interpretare la squadra. Credo che questo metodo si possa condividere anche in ambienti non prettamente sportivi.

2) Pianificazione accurata

Immaginiamo un alpinista che parta per conquistare la vetta del monte Everest. Naturalmente è ben consapevole dei rischi; si trova a dover affrontare una notevole dose di stress, perché delle scelte sbagliate potrebbero mettere a repentaglio la sua vita; il pericolo è reale e non bisogna né sottovalutarlo né ignorarlo. Per gestire una situazione del genere è fondamentale pianificare nella maniera più precisa possibile tutti i dettagli: scegliere il versante migliore per la scalata, valutare i rischi legati al percorso, ecc… Inoltre, è indispensabile programmare un piano B, e anche un piano C, da usare nel caso in cui dovessero cambiare le condizioni meteo, oppure trovare un impedimento sul percorso stabilito.

Pianificare in maniera accurata significa, quindi, non solo scegliere le mosse più opportune, ma anticipare tutti i possibili imprevisti e stabilire un comportamento alternativo: è indispensabile avere la possibilità di modificare la propria risposta progettuale al mutare delle condizioni esterne.

 3) Motivare il team

La motivazione è assolutamente fondamentale, diventa il collante che tiene insieme tutto. Ogni individuo partecipa tramite la sua personale motivazione e incide, attraverso quest’ultima, sui risultati del team. Questo fa parte di un processo di motivazione interna che è sicuramente la forma di motivazione più forte che esista; la motivazione esterna, quella che viene dagli altri, conta poco o nulla. Ad esempio, immaginiamo una persona che voglia dimagrire o smettere di fumare. Potrebbero essere tantissimi gli stimoli esterni per convincere questa persona a fare una dieta o a non comprare più le sigarette; parenti, amici, medici possono creare delle condizioni di consapevolezza per fare in modo che quella scelta venga messa in atto.

Ma probabilmente la molla scatterà soltanto quando la decisione verrà presa individualmente dal singolo (che ad esempio smetterà di fumare in seguito a una brutta bronchite o prenderà la decisione di mettersi a dieta perché le immagini dello specchio gli trasmetteranno un senso di disagio). Tra l’altro, fattore tutt’altro che trascurabile, nel momento stesso in cui il singolo prenderà in prima persona queste decisioni, le probabilità di successo di quelle azioni saranno mille volte superiori.

Nello sport vale lo stesso principio: l’idea di raggiungere un obiettivo, che sia di vincere una  coppa o di giocare in nazionale è importante quando i nostri allenatori o dirigenti ci motivano in tal senso; ma è diverso quando si accende il desiderio di voler raggiungere quell’obiettivo a tutti i costi. Il compito di chi guida un team è creare quell’ambiente intorno al singolo che gli permetta di esprimere al meglio le proprie potenzialità e di utilizzare la propria motivazione personale per raggiungere gli obiettivi comuni. Bisogna prestare molta attenzione a riguardo, perchè se si sbaglia a gestire la motivazione di un singolo componente le conseguenze si rovesciano a cascata sugli altri. Allo stesso modo, se ben gestita, la motivazione del singolo può diventare contagiosa.

All’interno di gruppi solidi ci sono persone che mettono a disposizione la loro forte motivazione diventando leader all’interno del proprio team; è proprio questa passione, questa sorta di polverina miracolosa che fa sì che certi team diventino inarrestabili. È evidente anche dal punto di vista sportivo: tutte le squadre vogliono vincere la medaglia d’oro alle olimpiadi o ai mondiali; hanno la stessa ambizione, lo stesso obiettivo e lavorano duramente per ottenerlo. Credo che la differenza la faccia proprio questa pozione magica, la capacità di far esplodere la motivazione all’interno del proprio team.

4) Analizzare i risultati

La pallavolo insegna una grande lezione: al termine di ogni set, sia vinto che perso, il punteggio viene azzerato e nel set successivo bisogna ripartire da zero. Questo obbliga a dare il massimo in ogni set per riuscire a vincere la partita.
Nello sport come nel business, la norma è costituita da un alternarsi di vittorie e di sconfitte. Le storie finte, costruite a tavolino sono quelle che parlano solo di vittorie;

Nella realtà, esistono momenti belli e gratificanti legati alla vittoria, nei quali si perde un po’ l’attenzione al feedback e a qualche dettaglio. Inevitabilmente, prima o poi ci si trova a dover affrontare la sconfitta; quando questo succede, c’è la necessità di analizzarne i motivi, di ritrovare energia e concentrazione senza perdere mai di vista l’obiettivo finale.

In seguito ad un risultato positivo o negativo, bisogna “smontare” quanto successo e fare un’analisi approfondita per avere un feedback il più oggettivo possibile e capire perché quel risultato si è verificato.
Questa operazione, fondamentale sia per stabilire i futuri comportamenti, ma anche per accettare a livello emotivo quanto avvenuto, è più frequente quando perdiamo e un po’ meno quando vinciamo, ma l’importanza è la stessa.


 Piaciuto l’articolo?

Lascia un commento oppure sostieni il blog condividendolo sui social network, te ne sarò enormemente grato!